Gert Dal Pozzo

Chi sono

Blogger: gertdp
Nome: Gert Dal Pozzo
Chi sono? Difficile dirlo per uno che si firma con il nome di un personaggio senza nome (frutto della strabiliante creatività di Luther Blisset, oggi Wu Ming). Un fuggitivo che acquista, scambia e abbandona identità senza sosta. Gert Dal Pozzo è una di queste, quella che per il sottoscritto è la più pregna di analogie con la propria vita. Ma se qualcuno non se la sente di scrivere a Gert allora ci saranno Edmonde Dantés, il Capitano Alatriste, Nessuno e tanti altri che potranno comunque farne le veci. In definitiva chi sono? Bah, quello che scrivo, quello che non cancello, quello che leggerete e quello che vorrete pensare.

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mercoledì, 30 novembre 2005

"Spesso le immagini e le situazioni e le fotografie non sono compiute finché non si realizzano gli avvenimenti successivi; come se restassero in sospeso, provvisorie, solo per vedersi confermate o smentite in un secondo tempo. Ci facciamo delle foto non per ricordare, ma per completarle poi con il seguito della nostra vita. Per questo ci sono foto riuscite e foto non riuscite. Immagini che il tempo mette al loro posto, attribuendo ad alcune un significato particolare e scartandone invece altre che si spengono da sole, proprio come se i loro colori sbiadissero con il passare degli anni".
 
 
La regina del sud, Arturo Pérez-Reverte 
postato da: gertdp alle ore 14:20 | link | commenti (7)
categorie: stranezze poetico-musicali
martedì, 29 novembre 2005

"L’idea dell’esilio volontario, l’idea che il radicamento in una patria stia in tanti frammenti di molti paesaggi che possiamo sentire nostri: in amici, storie, situazioni, settori di una classe sociale senza volto eppure nostra. Non é un’idea, un pensiero astratto, é una sensazione di affinità intima, di piacere che si manifesta in un senso di calore nel corpo quando passi per le montagne asturiane davanti agli ingressi delle miniere o quando ti perdi nella polvere del pomeriggio a Irapuato; quando senti raccontare dalle pagine di un libro storie che suonano dannatamente tue. Cose così, che hanno poco a che fare con il passaporto, perché ancora non sono stati inventati i passaporti per la classe sociale, per un angolo di regione, per un frammento di storia. Ancora non ci sono passaporti da «cittadino del mondo» a Gijón".
 
 
Tratto da Rivoluzionario di passaggio, Paco Ignacio Taibo II.
postato da: gertdp alle ore 21:10 | link | commenti (1)
categorie: stranezze poetico-musicali
lunedì, 28 novembre 2005

“…Mi sa che sei entrato in letargo. Vero?”
"Già, credo proprio di si. Non so ma tu mi conosci, in fondo sono un po’ orso, mi piace qualche volta starmene in casa, lontano da tutto e da tutti…”
 
Quale tempismo! Proprio dopo un paio di settimane di malessere, di strana instabilità, di nottate trascinate fino all’alba con gli occhi fissi sullo schermo per poi farli riposare di giorno –piuttosto che andare a lezione. Al suo apogeo di formicolio stomacale eccola qua, giunta con il tempismo che all’Amore e all’Amicizia é dovuto. Il tempismo di chi c’é al momento più opportuno con le parole più efficaci. Una telefonata e un vocabolo che riassume tutto…letargo, le-tar-go!
Eccolo l’orso marsicano, agile nell’afferrare le trote salmonate quanto goffo nello scalare i pendii montani. Eccolo lì, scuro in volto e spesso corrucciato, altresì sorridente e solare nel suo giocherellare. Il letargo lo sta attanagliando, lo stesso che lo segue e ghermisce inesorabile ogni autunno inoltrato.
Il mio letargo, la poltrona sempre diversa da sette anni che mi accoglie nel suo grembo affinché io possa rovesciare nero su bianco i miei pensieri, i miei ricordi, le mie idee…insomma me stesso. Quella condizione di perenne sonnolenza e svogliatezza, di continuo ruminare cerebrale e spirituale, di panieri colmi di domande senza risposte e di risposte che nessuno ha chiesto…...
 
Grazie G., ora sembra quasi tutto più semplice…quasi.
postato da: gertdp alle ore 00:34 | link | commenti (1)
categorie: to be or not to be
sabato, 26 novembre 2005

"[...] quando noi amiamo qualcosa, in realtà amiamo sempre il fantasma di qualcos'altro."

Tratto dal film Ovunque sei.

Ho trascritto questa frase in piena notte, durante il film. Ho messo in pausa e poi convulsamente ho cercato sulla scrivania nella penombra della stanza un qualsiasi foglio su cui scaricare l'informazione. Le dita tremanti brancolavano tra gli appunti, i libri, le penne e i pensieri sparsi sulla formica color nocciola. Afferrata una portamine ho riportato il filmato a qualche secondo prima e sotto dettatura sul retro di un biglietto delle autolinee urbane ho lasciato che la frase uscisse dal mondo virtuale del laptop per entrare senza alcun disturbo nel mondo reale....graffite su cartoncino bianco. Eccomi, con il cuore aperto e il letto disfatto prono sul comodino a riflettere sull'amore che provo per il fantasma di qualcos'altro.

postato da: gertdp alle ore 14:48 | link | commenti (2)
categorie: to be or not to be
venerdì, 25 novembre 2005

 Contro uomini senza memoria
 
Ascoltavo sotto il getto di acqua calda Appunti Partigiani dei Modena City Ramblers….non ho resistito, appena fuori dalla vasca ho ritenuto fosse un dovere farvi conoscere almeno un frammento di questa opera alla memoria, senza alcuna remora di definirla così!
 
Noi, saremo soli
A portare la croce e la storia
Noi, saremo soli
Contro uomini senza memoria.
Casa del Vento 
 
OLTRE IL PONTE
di Italo Calvino e Sergio Liberovici
 
O ragazza dalle guance di pesca
o ragazza dalle guance d'aurora
io spero che a narrarti riesca
la mia vita all'età  che tu hai ora.
Coprifuoco, la truppa tedesca
la città  dominava, siam pronti
chi non vuole chinare la testa
con noi prenda la strada dei monti

Silenziosa sugli aghi di pino
su spinosi ricci di castagna
una squadra nel buio mattino
discendeva l'oscura montagna
La speranza era nostra compagna
a assaltar caposaldi nemici
conquistandoci l'armi in battaglia
scalzi e laceri eppure felici

Avevamo vent'anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch'è in mano nemica
vedevam l'altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent'anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l'amore.

Non è detto che fossimo santi
l'eroismo non è sovrumano
corri, abbassati, dai balza avanti!
ogni passo che fai non è vano.
Vedevamo a portata di mano
oltre il tronco il cespuglio il canneto
l'avvenire di un mondo piu' umano
e più giusto più libero e lieto.

Ormai tutti han famiglia hanno figli
che non sanno la storia di ieri
io son solo e passeggio fra i tigli
con te cara che allora non c'eri.
E vorrei che quei nostri pensieri
quelle nostre speranze di allora
rivivessero in quel che tu speri
o ragazza color dell'aurora.

Avevamo vent'anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch'è in mano nemica
vedevam l'altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent'anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l'amore.

Avevamo vent'anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch'è in mano nemica
vedevam l'altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent'anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l'amore.
 
postato da: gertdp alle ore 22:41 | link | commenti (1)
categorie: stranezze poetico-musicali
martedì, 22 novembre 2005

One
 
One is the loneliest number
That you'll ever do
Two can be as bad as one
It's the loneliest number since the number one

No is the saddest experience
You'll ever know
Yes, it's the saddest experience
You'll ever know
Because one is the loneliest number
That'll you'll ever do
One is the loneliest number
That you'll ever know

It's just no good anymore
Since you went away
Now I spend my time
Just making rhymes
Of Yesterday


Because one is the loneliest number
That you'll ever do
One is the loneliest number
That you'll ever know

One is the loneliest number
One is the loneliest number
One is the loneliest number
That you'll ever do
One is the loneliest number
Much much worse than two
One is a number divided by two
Aimee Mann
postato da: gertdp alle ore 19:59 | link | commenti (1)
categorie: stranezze poetico-musicali

Notti infami
 
Cos’é questo malessere? Lo sento che sta arrivando, che é vicino….affanno, annaspo, la vertigine costante, i sussulti spasmodici….cos’é questo malessere?!
Mi guardo intorno, il buio della stanza é trafitto da sottili lame di luce lunare provenienti dalle imposte socchiuse. L’aria é gelida, il freddo mi penetra. Le coperte a terra sparse ovunque mentre sulla nuca madida avverto i brividi che partono per la spina dorsale. Mi guardo attorno, muro alle spalle, muro alla mia sinistra, l’intera stanza si sviluppa a dritta, la porta é chiusa dall’interno e la finestra sigillata. Eppure, che strana sensazione….
Mi guardo in giro e scorgo solo i profili degli oggetti, tutto sembra un inquietante dipinto in bianco e nero, tutto sembra una pozza d’inchiostro nella quale galleggiano svogliatamente scampoli bianchi. Cos’ questo malessere? Perché da molte notti non dormo più? Perché mi sveglio con la noia e l’indolenza? Cos’é questo malessere?
Ho la gola secca, impunto le mani sul materasso per tirarmi su e solo ora mi accorgo delle lenzuola zuppe. Sono una spugna imbevuta del mio stesso sudore. I capelli gocciolano e i piedi fanno attrito sulla stoffa intrisa. Soltanto ora mi accorgo che il cuore batte all’impazzata, la cassa toracica é un continuo espandersi e ridursi, veloce, fastidioso, solo ora mi accorgo del fiatone, del peso che sento all’altezza dello sterno, dell’aria che mi manca….cos’é questo malessere?
Scuoto la testa, la lingua carezza il labbro superiore ed assorbe le gocce salate, saporite. Strizzo gli occhi e con uno strattone sono fuori del talamo, a terra quasi punto dal glaciale contatto con il marmo di terz’ordine del pavimento. Le infradito sono lì ma non le voglio. In piedi, eretto, sfido quel buio rotto, quell’enorme pelle zebrata che mi circonda.
Essere eretto mi fa sentire meglio. Odo quasi un coro alle mie spalle che mi incita. Riesco quasi a palpare la forza che torna a riempire le membra. Dritto come un fuso, coperto solo dai boxer attendo impaziente l’inizio della battaglia…contro chi? Contro cosa? Contro questo malessere? Contro me stesso?
Giro su me stesso, prima verso destra poi verso sinistra ma sembra tutto ancora molto piatto, statico, niente e nessuno intorno, solo i riflessi lunari sui profili degli oggetti. E adesso? Cosa faccio? Il cuore é tornato finalmente al suo placido battito regolare. Non ho più il fiatone e il sudore é lentamente riassorbito dal corpo.
Ho sete, fame, sonno ma sento che non c’é bevanda, cibo o letto che possano ora aiutarmi. Permango ritto e confuso nel centro della stanza, le braccia leggermente curve verso l’interno, i pugni serrati……li osservo, sorrido, sghignazzo….un’ennesima panoramica e mi piego leggermente come sotto un peso. Le mani si aprono e lascio che gli avambracci cadano lungo i fianchi. Un’ennesima rassegna della realtà e mi accorgo che tutto é finito, che la notte mi circonda senza alcun abbraccio amoroso. L’ultimo sguardo e mi lascio ricadere sul materasso umido. Raccolgo con svogliatezza le lenzuola e le coperte da terra, sto sul bordo del letto e mi sembra di essere già sprofondato nel baratro.
Cos’é questo malessere? Cos’é questa voglia di lasciare tutto e tutti? Di ricominciare davvero tutto daccapo senza ricordi, senza memoria alcuna che mi trafigga? Senza volti, nomi e flashback violenti che mi tengano qui legato e immobilizzato in un frangente di perenne sensazione d’inadeguatezza?
Ritorno steso, supino. La faccia sul cuscino ancora totalmente impregnato. Lo stringo sotto il collo, tra la testa e il gomito destro….“mai dare le spalle alla stanza, meglio darle al muro ché tanto il muro non ti morde mica”. Stringo il guanciale come stringo la Vita, no, neanche questa é una notte per andarsene via. Anche questa notte passerà con i suoi sudori freddi, con le sue lenzuola soffocanti, con i piedi tremanti sullo scadente marmo freddo. Anche questa volta ho rinunciato la strada più facile, anche questa notte vedrà una successione……
Chiudo gli occhi e mi appisolo, per il resto della dormita i sogni saranno belli, languidi, voluttuosi o magari comici, saranno bei ricordi, lo so, ogni notte é così, ogni notte, ogni notte……
 
postato da: gertdp alle ore 19:55 | link | commenti (1)
categorie: to be or not to be
domenica, 20 novembre 2005

Circa un anno fa
La clochard di mezza età che tenne impegnati i due poliziotti si avvicinò alla vetrata della sala d’attesa, sulla banchina del primo binario. Urlando e dimenandosi contro i suoi occupanti, sbatteva i pugni sporchi e unti contro i vetri tremanti, ma nonostante tutto, resistenti.
All’interno, sicuri e al caldo, i viaggiatori iniziarono a discutere su questa povera gente. Incipit fu la constatazione, tanto compassionevole quanto ipocrita, di una signora anziana dal chiaro accento meridionale. Lui si sentì sporco, sudicio e buio al suo interno. Chiuse con volto visibilmente scocciato il libro, da più di dieci minuti era riuscito solo a leggerne qualche riga. Si sentì sporco per le ore interminabili in treno, per la stanchezza accumulata negli ultimi giorni, per l’incerta fine che quella giornata infinita avrebbe avuto. Riponendo il volume rilegato con le pagine spesse e la copertina di cartoncino telato blu notte, si guardò attorno percependo la sporcizia degli altri viaggiatori, quella dei senzatetto e quella propria.
La barbona di mezza età decise di allontanarsi e il dibattito interno si accese. Il giovanotto occhialuto e intento fino a qualche minuto prima a leggere un volume serie oro di Topolino, prese al volo la constatazione della signora meridionale. “Signora –disse lentamente, grave e sgrammaticato con lo sguardo rivolto alla sua improbabile interlocutrice- lo so che non è una bella cosa, ma è meglio se non diamo loro corda, se no è peggio”. La signora sgomenta di fronte alla sfacciataggine del giovane replicò con la testa lievemente reclinata sul lato sinistro, l’acconciatura ben vaporosa e gli occhi tristi. Sottolineando la generica non aggressività di “questi poveretti”, aggiunse, in una sorta di soluzione compromissoria, che “è vero però che ogni tanto succedono alcune cose brutte, gente che ti accoltella e cose del genere”.
Il giovanotto iniziò allora a sciorinare la storia tipica di chi invece non vuole scendere a compromessi. “Ma signora, se quella donna fosse andata a lavorare, non si troverebbe ora a dover dormire in una sala d’attesa della stazione. Mio padre dopo aver prestato trent’anni di servizio, per non aver raggiunto l’età anagrafica pensionabile, è dovuto stare quattro anni, e dico quattro anni con una famiglia a carico, senza pensione! E noi, sa cosa abbiamo fatto noi? Noi abbiamo fatto gli sforzi che servivano!” La signora meridionale rispose con altrettanto tipico auto-propagandismo. Iniziò a ripescare nella borsa dei ricordi, “Io, caro ragazzo mio, ho lavorato tutta la vita e mi trovo con neanche cinquecento euro di pensione al mese, per la precisione sono quattrocentoottanta”.
A quel punto, stanco della solita solfa su senzatetto, pensioni, e compagnia bella, si decise a incalzare le cuffie del lettore portatile di file mp3 e tenendo pigiato il pulsante di avviamento iniziò a snocciolare le note e le strofe di una delle sue canzoni preferite. Paradossale, era novembre e il freddo aveva da appena due giorni fatto la sua comparsa nella maniera più dirompente e odiosa che potesse e, nelle sue orecchie Vinicio Capossela cantava a squarciagola Il ballo di San Vito, notorio inno al Salento, alla danza della pizzica e a quella delle spade, al sole e al calore di quella terra tanto arida quanto ospitale.
Scioccata la clochard all’esterno puntò il suo sguardo su quello superficialmente indifferente e impassibile di lui. Come sempre, in casi simili, odiava far trasparire qualsiasi tipo d’emozione o idea sul contesto circostante. Preferiva nascondersi dietro la montatura degli occhiali, la plastica trasparente non gli garantiva certo il riparo ma lui si era sempre sentito protetto da quegli occhiali da vista in realtà privi di alcuna finzione difensiva o occultante.
Dall’altra parte della lente, gli occhi erano leggermente socchiusi, le pupille fisse nel vuoto durante ogni panoramica. Stava ben attento a non scontrarsi con lo sguardo altrui e a dare l’impressione di star facendo solo una semplice e indifferente fotografia d’insieme.
Allo stesso modo, una volta avviata la musica, si voltò alla sua destra guardando la clochard ferma al di là della vetrata, gettando il proprio sguardo oltre quella sagoma claudicante di stracci e unto, infreddolita e impaurita da un’altra notte polare di solitudine alcolica, nella ricerca disperata di un alloggio notturno. Poi, voltandosi lentamente verso la sua sinistra, passò in rassegna tutti i presenti, esclusi naturalmente quelli situati alla sua estrema sinistra perché posizionati in linea con la sua seggiola. Tutti ricambiarono lo sguardo in parte straniti, in parte in attesa di un cenno, una parola, perfino la signora meridionale e il giovanotto occhialuto attesero che lui dicesse qualcosa, ma Vinicio Capossela era troppo divertente per essere corrotto da una frase infelice o da un sorriso di circostanza. Così, semplicemente passò in rassegna tutti, come ad un raggio laser………concluse riconoscendo che il fetore e la sporcizia della donna senzatetto sarebbero di sicuro state le cose più candide e pure che avrebbero solcato la banchina di quella stazione quella sera.
postato da: gertdp alle ore 20:14 | link | commenti
categorie: to be or not to be
giovedì, 17 novembre 2005

Ed io mi invaghisco
 
Credo proprio di essermi invaghito. Già, non addirittura innamorato e neanche soltanto interessato. Invaghito…attirato inesorabilmente verso qualcosa che mi sembra troppo bello e puro da poter imbrattare con queste sudice mani.
Certo chi mi conosce sa che spesso, soprattutto nell’ultimo paio d’anni (cazzo, già o solo due anni sono passati?), ho avuto sensazioni del genere. Quel sospetto di appartenenza ad una donna della quale non si conosceva neanche l’esistenza fino a pochi minuti prima.
Appartenenza, che difficile parola. Cos’é appartenenza? Come ci si può definire parte di un tutto o parte esclusa dello stesso? Come si fa? E dire che non ho mai creduto in queste cose…e dire che ci sono sempre cascato in pieno.
Uno sguardo, un presentimento e spesso, troppo di sovente, sono caduto in un oblio fatto di pagine e pagine word salvate su un hard disk mai colmo. Troppe volte mi sono ritrovato seduto al tavolino di un pub, ad una delle mie scrivanie, su uno di quei tanti letti che mi hanno ospitato finora a scrivere su diari o semplici block-notes i miei pensieri, le mie paure, i miei limiti.
Uno sguardo, una testa che si volta di tanto in tanto e che mi trova lì imperterrito a scavare a fondo nella sua anima in cerca di un “no” che mi aiuti ad abbandonare ogni tentativo……o magari un “si” che mi apra le porte dell’Inferno. Si, inferno, perché cosa credete sia l’Amore? Una gabbia, una catena, una punizione che non ha fine perché venuti al mondo per amore ne siamo stanchi ed infaticabili portatori e al tempo stesso insaziabili ricercatori.
Intanto faccio i conti con la mia coscienza. Con i ricordi e la memoria asettica di cui mi sono provvisto da qualche tempo a questa parte. Cerco di usare l’approccio analitico meno incline a scoprire il fianco ad assalti emotivi. I tempi delle docce bollenti che nascondono fiumi di lacrime al canto di Max Gazzé e Aimee Mann son passati –almeno spero. Le sbronze di riparazione, il Montepulciano d’Abruzzo doc accompagnato dal prosciutto nostrano ben stagionato e tagliato spesso, le compagnie femminili deleteree, le nottate trascinate il più possibile affinché non venisse mai un altro giorno senza di lei devono lasciare il posto alla spensieratezza e alla presa di coscienza.
Il nuovo deve sostituire il vecchio, il vecchio deve lasciare spazio al nascituro. La rivoluzione deve portare alla dittatura del cerebro sul cardiaco fino all’abbattimento dello stato….di dolore!
 
Amen.
postato da: gertdp alle ore 19:06 | link | commenti (3)
categorie: to be or not to be
domenica, 13 novembre 2005

Lo stupore….
 
Stavo lavando i piatti del pranzo, una catasta unta e bisunta. Alla mia destra la Tv trasmetteva una puntata di Che tempo fa?. Fabio Fazio intervistava Giuliana Sgrena sui giorni da ostaggio in mano alle bande che banditi iracheni. Alla fine il primo a chiesto alla seconda quali effetti sta avendo quell’esperienza sulla sua vita quotidiana. Risultato? La Sgrena, voce bassa e lievemente tremolante snocciola tutte le conseguenze –fisiche e psicologiche- che l’essere stata rapita e tenuta in ostaggio hanno oggi sulla vita di tutti i giorni. L’impossibilità di dormire al buio, la difficoltà stessa di dormire, la paura in auto e così via. Al termine però quello che più mi ha colpito e che in assoluto purtroppo non ho mai sentito da nessun altro é stato: «…mi hanno tolto l’entusiasmo di vivere…». E ancora di più mi sono sentito scosso qualche istante dopo, quando la Sgrena ha tenuto a precisare che «la voglia di vivere continua ad esserci» seppur manca l’entusiasmo di vivere…non ho potuto evitare di soffermarmi sulla distinzione che la giornalista ha fatto. Solitamente si crede difficile, se non impossibile, che la voglia e l’entusiasmo di vivere possano essere divisi eppure a me questa distinzione é sembrata illuminante.
 
Grazie Giuliana per la testimonianza e scusami per l’invadenza.
 
 
postato da: gertdp alle ore 22:09 | link | commenti
categorie: to be or not to be