Uccelli di rovo
Venerdì, ore 22.00
ex Baffodighisa: "Come va?"
Gert: "Tutto bene, quando pensate di venirci a trovare?"
ex Baffodighisa: "Non so forse aluglio. Il prossimo fine settimana c'è la prima celebrazione della messa di quel sacerdote congolese. Te lo ricordi? Setni, a proposito, avrei bisogno di un favore. Io e mamma vorremmo regalargli un kit per celebrare messa, sai quelli da viaggio".
Gert: "...Ah, si si. Ok, non ti preoccupare ci penso io. Vicino al Palazzo c'è una viuzza piena zeppa di 'sti negozietti per preti".
Oggi, ore 11.oo
Gert: "Buongiorno signora. Potrei sapere il prezzo di quel kit?"
Mentre la signora mi illumina sulla funzionalità del calice che smontato diventa una pisside, salgono su, lente e voluttuose come il fumo grasso dell'incenso, reminiscenze del passato, di cori e tuniche, dell'olezzo tipico di sacrestia, di cera riciclata e muffa secolare, santini ottocenteschi e segreti vecchi come la leggenda di Cristo.
Signora: "Vede? Però tra questo kit e quest'altro ci sono solo 30 euro di differenza. Per così poco le coviene prendere il kit con il calice più grande, nevve'?"
Gert: "Si, infatti. Prendo quello allora".
Signora: "E' per lei o è un regalo?"
Gert: "No, no, è un regalo, grazie".
Signora: "Allora le faccio un bel pacchetto. Antonio, mi vai a prendere una scatola del 904? Così faccio un bel pacchetto. Se intanto vuole pagare..."
Gert: "Si, posso con carta?"
Signora: "Certamente, mi segua padre..."
Trattengo le risa. Mi scopro sudato nonostante il condizionatore. Lo sforzo per non sghignazzare in faccia ai sacerdoti in attesa è tremendo. Cazzo, mi ha scambiato per un prete, penso. E' un'occasione irripetibile, aggiungo fra me e me. Mi drizzo, stringo sontuoso l'agenda nera, sistemo la giacca blu scuroszull'avambraccio e mi avvio verso il bancone.
Signora: "Je faccio pure uno sconticino, va bene?"
Gert: "Certo signora, grazie mille":
Nell'attesa giro per il negozio tra padri Pio alti come bambini di 8 anni e Gesù interlocutori e annoiati che mi guardano dall'altro delle arcate. Mi mostro interessato agli ostensori e ai tabernacoli, ammicco alla signora lasciando intendere vivo apprezzamento per la merce esposta.
Intanto, penso ai miei. Da sempre cattolici osservanti e praticanti, ma con un'estrema capacità di concretizzare le cose della vita al di là dei rigidi dettami dogmatici. Pragmatismo proletario (per davvero) e neorealismo applicato alla quotidianità. Le scelte di parte imposte dai signorotti della politica strillata per loro erano già inaccettabili prima ancora di Uolter & Co., prima del Muro...
Insomma, come a dire: "Sì, vabbè il papa e Gesù, ma la carne è carne...tranne il venerdì ovviamente!". Mai bigotti, anzi, in alcuni casi estremamente libertari tanto da disattendere a pieno le mie aspettative di scontro generazionale e culturale, anche se mi chiamano amorevolmente lo scomunicato. Laicamente caritatevoli e solidali, duramente critici e contrari al potere temporale di una Chiesa che dovrebbe fare solo la chiesa.
Signora: "Ecco qui, grazie e scusi per l'attesa padre".
Gert: "Ma si figuri signora, grazie a lei...e pace e bene".
Esco, mi gingillo con la busta di plastica spessa color argento. Via de' Cestari, lugubre nonostante il sole e le comitive di turisti, dalle vetrine a destra e sinistra spuntano casule verdi (per il tempo ordinario) e rosse (per le Palme, Venerdì Santo e Pentecoste); calici d'orati e ampolline di fine cristallo; ostensori cesellati a mano e turiboli luccicanti...non penso che la secolarizzazione sia un fenomeno così radicato e capillare...
«Siete degli irresponsabili! Ma non è tutta colpa vostra. Quando il fanatismo prende il posto della ragione la strada è piena di inganni e l'inganno maggiore è proprio questo, è che uno crede di amare la propria patria soltanto se questa patria è un paee dove tutti la pensano allo stesso modo. Ed è così, che finisce per amare una patria di schiavi e non si accorge di essere uno schiavo egli stesso».
Il professore svuota il bicchiere colmo di olio di ricino
«Ecco fatto. Ora devo andare...sapete dove. Andateci anche voi e il vostro Benito Mussolini».
Barcollando per le vie del centro, con i pantaloni grigi alla zuava e la camicia nera lisa dal viaggio:
«Ahò, Domenico, ma noi chi siamo?»
«In che senso?»
«Nel senso che hai detto: "Al professore gli abbiamo fatto vedere chi siamo!"»
«E certo, e te lo spiego: chi eravamo noi prima? Io un zero e tu un altro zero. E adesso, chi siamo adesso?
«Un par di zeri!»
«Seee, un paro di....Due uomini siamo! E l'uomo, lo sia di cosa ha bisogno l'uomo, eh?»
«In questo momento? Di una donna ha bisogno!»
«Ma dai, vieni qua, è una strappona! Un uomo ha bisogno di sentirsi qualcuno, di sentirsi forte e non come tanti fessi che stanno in giro, hai capito? Ed è per questo che a me il fascismo va bene».
«Sì, perchè così anche un fesso si sente forte».
«Bravo, fatte dà un bacetto».
«Sei un bastardo, tu?»
«Te do na pizza sa!»
«Ma no, dicevo al cane. Ti manca una cuccia, un osso? E allora vieni con noi e diventerai un camerata. Alalà!»
La marcia su Roma (1962), Dino Risi
Reduci
La visita era inaspettata, la sua presenza nei dintorni del Palazzo no.
Le informazioni navigano più di quanto qualcuno possa immaginare, ed un segreto non è tale se è conosicuto da più di una persona.
Lo sguardo liquido, il volto visibilmente rilassato contrastavano fortemente con l'aria cupa e la voce spezzata. L'immagine di chi ha perso, di chi ha totalmente perso al di là di ogni merito e di ogni sforzo. Lo sfogo dei diseredati, dei cani malmenati.
Noi tre, reduci del repulisti vigliacco e ignorante che ha caratterizzato le ultime settimane, ascoltavamo chi superficialmente attonito, chi profondamente contrito, chi apparentemente disinteressato. "Squadra che vince non si cambia", non sembra essere il motto più in voga nelle stanze del quinto piano. Anzi, paradossalmente come se si fosse spaventati dalla qualità, dalle competenze e dall'impegno profuso fino ad oggi, si preferisce far fuori i propri luogotenenti, i propri soldati.
E, al solito, mi ritrovo a scorgere nelle pagine di un libro parallelismi surreali. Leggo Stella del mattino (Wu Ming 4), Lawrence d'Arabia, Tolkien, Graves, tutti sopravvissuti alla Grande Guerra o al Grande Tradimento della nazione araba. Tutti ad arrancare nella nuova vita post bellica segnati da un'sperienza.
Dopo tutto, fatte le dovute distinzione, i reduci sono reduci. Che provengano dalle foreste del Viet Nam o dai monti dell'Appennino tosco-emiliano, che siano scampati all'11 settembre o alla chiusura di una fabbrica, che siano di ritorno dal servizio di volontariato in un Cpt o che abbiano vissuto l'ondata elettorale, i sopravvissuti non fanno altro che sopravvivere, che arrancare...guardandosi attorno in un misto di compassione e paura.
Il Divo
Il Divo lascia sgomenti. Più di Gomorra, almeno per chi, come me, ha lasciato ogni velleitaria ingenuità e da anni è stato "corrotto" dalla società, dalla realtà circostante, dalla Vita.
Non ci sono dubbi che quello di Sorrentino sia un capolavoro con la 'c' maiuscola, anzi con la 'k' maiuscola, come si usava un tempo.
Un film serrato che non lascia tempo per pensare. Chi non conosce i retroscena, chi non è ben allenato alla storia, ufficiosa, quella fumosa e ritmata del Paese, può starsene a casa, a meno che non preferisca avere un saggio semplice, lineare ed esauriente dell'Italia prima di Berlusconi, di Prodi , di Veltroni, della caduta del Muro e delle tangenti.
Insomma, prima della seconda e della terza repubblica, prima della Mtv generation, della X generation, della U generation e di tutte le altre menate sociologiche.
Prima che gli americanofili importassero il marketing politico-elettorale, prima che Grillo divenisse un fenomeno cult, prima ancora che il revisionismo storico-politico elogiasse Craxi ed Almirante.
Quando in politica c'era una destra, una sinistra ed un centro che, al di là di ogni (de)merito, dava la possibilità di essere orgogliosi, frustrati, offesi, contenti, sconfitti, confrotati.
Servillo incarna perfettamente il Divo. Gli occhi a mezz'asta; le dita ad indicare il proprio umore e i propri pensieri, come spiega Enea (la stessa che poi aggiunge "non è pericoloso, è spericolato"); i passetti svelti, un sepolcro imbiancato dietro il quale la vita post mortem scorre frenetica, tra umori ed esalazioni troppo insalubri per essere lasciati allo scoperto.
Il parroco - forse troppo giovane per essere il confessore temporale e spirituale del Divo - che afferma: "Indro Montanelli diceva che quando andavano insieme in chiesa, De Gasperi parlava con dio e Andreotti con i preti". E lui: "I preti votano, dio no".
Lo sfogo dopo le accuse di associazione mafiosa, che la nostra Archeologa ha criticato duramente, è a tutti gli effetti una scena da masturbazione cinematografico-politica che fa impallidire quello sulle "anime belle" de Il Portaborse. La pacatezza anteveltroniana che si infrange in una miriade di pezzi sul pavimento logoro ramazzato dai pentiti di mafia per l'occasione. Il sepolcro imbiancato che si spalanca, nessun Cristo morto-e-risorto, solo il flusso di (in)coscienza, l'anatema, l'esplosione di chi è ben consapevole che per far crescere gli alberi si necessita di letame.
Il ritmo di Toop toop dei Cassius sostiene in maniera energica e vitale la pesantezza lugubre degli omicidi in serie, da Calvi a Falcone passando per Pecorelli; lo skateboard che attraversa il condotto sotto l'autostrada per Capaci e, all'unisono, nel Transatlantico del Senato, la coperta grigioverde che si muove nel bagagliaio di una Reanutl 4 rossa.
Poco apprezzata la scena dell'aereo, dove tutti i passeggeri sfogliano le pagine de la Repubblica guardando di sottecchi il Divo. Restano Sbardella, "uno squaletto che annega"; Cirino Pomicino, con le sue addette stampa vamp; Franco che ancora una volta si lascia andare ad una "affermazione incongrua".
La versione di Barney
Ho incontrato La versione di Barney, di Mordecai Richler, al termine del lontano 2000. Da qualche anno era stato tradotto e pubblicato anche in Italia. Era lì che svettava ancora sulla catasta delle novità, alla fine dei lunghi banconi della Mondadori di Forlì.
Allora, lo dico con una punta d'orgoglio, 30mila lire per un libro era un prezzo esagerato per uno squattrinato studente già vessato dall'acquisto di monogrtafie e manuali della Mulino, e troppo impegnato a investire il rimanente gruzzolo messo a disposizione dall'Arstud in alcolici e feste.
La versione di Barney, a differenza di quella che mi è stata regalata a dieci anni esatti dalla sua prima edizione, riportava in quella inizio/fine di millennio la foto di un Mordecai Richler anziano, qualcosa di molto simile a Mozart, scapigliato, in camicia ma con gli occhiali. Uno sguardo profondo ma non impenitente quanto quello del giovane Richler, che invece nell'edzione del 2007 sberleffa, annoiato, il lettore dalla copertina.
In questi anni più volte ho incrociato La versione di Barney, spesso ne ho lette le recensioni, le critiche e i paragoni sui vari settimanali d'attualità. Persino a Manchester, nella Whaterstone library di Deansgate, mi sono imbattuto in Barney Panofsky. Insomma, come direbbero i fatalisti "era destino!" Alla fine, ci ha pensato la Gina a regalarmelo, dopo soli pochi mesi di conoscenza.
«Il mio libro preferito» mi ha confessato una volta la Gina sullo screenshot di skype. Il mio libro preferito, oltre al Conte di Montecristo e Q, aggiungo io oggi. La versione di Barney è stupefacente, magnifico, come ho commentato su anobii. E' un vero pugno allo stomaco ma dato con tanta delicatezza e professionalità che sembra quasi piacevole sentirsi strappare il respiro. E' lo schiaffo ricevuto da una ragazza ferita, è la stanca rilassatezza postcoitale, una condizione da "ghiaccio caldo", insomma un ossimoro che avvince lasciando in bocca uno strano retrogusto agrodolce, piccante, come di salmone crudo condito abbondantemente con salsa di soia e wasabi.
Gli eccessi nella Parigi postbellica, le ipocrisie di un Canada secessionista, la vita di un bohémien a corrente alternata...spiegare esaurientemente La versione di Barney è pressoché impossibile, mi rendo conto che si necessita di un termine, di una parola, di un concetto universale ma sfuggente al tempo stesso: umanità. Ecco. La versione di Barney è (l')umanità, è lo specchio dell'essere umano, non sostantivo ma predicativo, ovvero dell'essere umano, dell'appartenere all'umanità.
Barney è l'umanità. La bontà e la cattiveria, la stupidità e l'intelligenza, l'ipocrisia e la coerenza, la forza e la debolezza. E' il prisma umano, è la verisone letteraria di ciò che da millenni appesta e arricchisce il mondo. Barney è tutto questo, è storia atropologica pur senza una veste propriamente storica.
«Perdere ad asso pigliatutto con un baro dilettante non vuol dire non essere in grado di eseguire alla perfezione un bluff ad alti livelli. Per assicurarsi una buona riuscita, il bluff dev'essere condotto fino in fondo, fino all'esasperazione. Non c'è compromesso. Non si può bluffare fino a metà e poi dire la verità. Bisogna essere pronti ad esporsi al peggior rischio possibile: il rischio di apparire ridicoli».
Tratto da Le conseguenze dell'amore, 2004, Paolo Sorrentino