Gert Dal Pozzo

Chi sono

Utente: gertdp
Nome: Gert Dal Pozzo
Chi sono? Difficile dirlo per uno che si firma con il nome di un personaggio senza nome (frutto della strabiliante creatività di Luther Blisset, oggi Wu Ming). Un fuggitivo che acquista, scambia e abbandona identità senza sosta. Gert Dal Pozzo è una di queste, quella che per il sottoscritto è la più pregna di analogie con la propria vita. Ma se qualcuno non se la sente di scrivere a Gert allora ci saranno Edmonde Dantés, il Capitano Alatriste, Nessuno e tanti altri che potranno comunque farne le veci. In definitiva chi sono? Bah, quello che scrivo, quello che non cancello, quello che leggerete e quello che vorrete pensare.

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domenica, 14 giugno 2009

 

Roma termini. Treno in partenza per milano c.le.

Un assolato pomeriggio romano, il tassista un po' troppo esoso ha saputo comunque offrire una nota di simpatia forse necessaria per affrontare questo ennesimo week end di lavoro lontano da lei e lontano da tutto il resto.

Termini pullula di umanità, turisti pieni di aspettative e altri colmi di ricordi. Tutto nella norma per la città eterna.

Il treno è in perfetto orario, la partenza dolce. Trenitalia garantisce la blindatura dei passeggeri dall'afa esterna, la prima classe dell'Eurostar non ha nulla a che vedere con quegli interregionali che ero abituato a prendere da studente a Forlì.

Il vagone offre un paesaggio abbastanza monotono: professionisti di mezz'età ancora azzimati con camicie tinta unità, al massimo a righe verticali bianco-azzurre. Le cravatte annodate come fossero le 8 di mattina, fantasie sobrie nulla di troppo colorato per stare nei canoni dei vari uffici capitolini. Qualche coppia di giovani studenti e un paio di anziani assonnati. Tutto nella norma per un venerdì di metà giugno.

Alle mie spalle si ravvisa una certa agitazione accompagnata da un insolito rumore: un soffione, profondo, spinto con debolezza ma con determinazione, come se la sua sorgente non potesse fare altro che buttar fuori l'aria.
Non mi volto, penso ad un cane, a qualche punkabbestia salito di straforo che semina il panico tra la nuova media borghesia del Bel Paese.

Dopo qualche istante è lo sguardo dei miei vicini, proiettato al di là del mio sedile, a dirmi che qualcosa realmente non va.
Mi volto, svogliato. Due poltrone in dietro una signora siede abbandonata respirando affannosamente con la testa schiacciata sul petto, le braccia lasciate cadere ai lati, gli occhi chiusi. Un uomo la scuote per le spalle, la scuote e sputa mozziconi di parole convulse, incomprensibili. Paradossalmente alla tranquillità della donna, al suo soffio ritmato, si contrappone la concitazione dell'uomo in piedi accanto a lei.

Un malore, la notizia si propaga come un bacillo infettivo. Dal fondo del vagone i primi curiosi si voltano fissando la scena. L'uomo continua a strattonare la donna, lo fa articolando movimenti quasi buffi, meccanici e scoordinati ma con una premura, una dolcezza che ancora una volta delineano una netta incoerenza tra le due figure.

Improvvisamente dalla bocca della donna non giunge alcun suono, dalla bocca dell'uomo, invece, arriva un rantolo, una lamentela strascicata, spezzoni di frasi masticate, un mantra tragico che lascia ai presenti l'impressione che qualcosa di inesorabile quanto naturale stia accadendo a pochi passi da loro.

La voce del capotreno inonda i vagoni all'unisono: “se c'è un medico è pregato di raggiungere la carrozza numero due per offrire assistenza medica ad un passeggero”.
In pochi istanti nel vagone si riversano quattro persone, uno sguardo stranamente limpido e diretto, il giuramento di Ippocrate in testa che sfila loro davanti agli occhi.
Un paio, quelli arrivati per primi si aiutano per stendere la donna lungo il corridoio. Il cavallo dei pantaloni grigi è impregnato d'urina, l'uomo guarda attonito, la speranza sembra non albergare in quel corpo nervoso ed immobile che fissa la donna a terra.
Uno dei medici chiede di fargli largo, le alza la t-shirt nera e comincia a colpirla sul petto, un pugno fermo che cade con determinazione, con forza calibrata in cerca di un ventricolo da liberare, di una valvola occlusa.

Nessuna reazione. Il corpo della donna s'agita sotto le sollecitazioni del medico, i piedi con indosso due sandali argentati dondolano a destra e manca del tutto disarticolati. Nel vagone tutto tace tranne l'uomo che al mio fianco in piedi nel corridoio geme stringendo i denti: per la prima volta le sue parole escono chiare, limpide, drammaticamente credibili: “E' morta, è morta, è morta...”. L'uomo parla con voce flebile, rauca, quasi rabbiosa. Si volta un solo attimo verso di me: gli occhi sono lacerati dal dolore, mai in nessuno dei funerali o delle veglie a cui ho assistito fino ad oggi mi sono imbattuto in uno sguardo simile.

Lo sguardo della sorpresa, dell'addio improvviso. Uno sguardo vuoto che non permette raziocino, inumano, come quello delle volpi centrate dai fari nelle strade di periferia delle piccole città. Uno sguardo colmo di un unico, terribile, sentimento: la Paura.

I pugni del medico sul torace della donna si alternano a quelli che l'uomo da contro la parete del vagone. Il mantra funereo incalza i presenti alla gola, agli occhi, alle membra e tutti sembrano attendere la sentenza, il verdetto.

In pochi minuti siamo fermi ad Orvieto. Mi sono allontanato di qualche metro. Le teste dei paramedici negano pur senza aver ricevuto alcuna domanda.
L'uomo piange ormai quasi in silenzio, si piega sul corpo a terra, in testa forse stanno scorrendo le diapositive di una vita d'amore, figli, nipoti, amici. Forse non sta pensando a nulla, abbraccia sua moglie morbida e calda come sempre, gli occhi chiusi e un'espressione di infinita tranquillità come dormisse, come riposasse.

Qualcuno comincia ad allontanarsi, dai finestrini si vede passare la barella con il corpo interamente coperto da un lenzuolo verde.

Siamo ad Orvieto. Il silenzio regna sovrano dentro e fuori dal vagone. Seguono i primi commenti, qualcuno accenna al telefono dell'accaduto, altri si guardano intorno quasi spaesati. I più temerari avvisano che faranno ritardo a Firenze e Bologna.

postato da: gertdp alle ore 02:17 | link | commenti
categorie: to be or not to be