Gert Dal Pozzo

Chi sono

Blogger: gertdp
Nome: Gert Dal Pozzo
Chi sono? Difficile dirlo per uno che si firma con il nome di un personaggio senza nome (frutto della strabiliante creatività di Luther Blisset, oggi Wu Ming). Un fuggitivo che acquista, scambia e abbandona identità senza sosta. Gert Dal Pozzo è una di queste, quella che per il sottoscritto è la più pregna di analogie con la propria vita. Ma se qualcuno non se la sente di scrivere a Gert allora ci saranno Edmonde Dantés, il Capitano Alatriste, Nessuno e tanti altri che potranno comunque farne le veci. In definitiva chi sono? Bah, quello che scrivo, quello che non cancello, quello che leggerete e quello che vorrete pensare.

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lunedì, 23 giugno 2008

«Siete degli irresponsabili! Ma non è tutta colpa vostra. Quando il fanatismo prende il posto della ragione la strada è piena di inganni e l'inganno maggiore è proprio questo, è che uno crede di amare la propria patria soltanto se questa patria è un paee dove tutti la pensano allo stesso modo. Ed è così, che finisce per amare una patria di schiavi e non si accorge di essere uno schiavo egli stesso».
Il professore svuota il bicchiere colmo di olio di ricino 
«Ecco fatto. Ora devo andare...sapete dove. Andateci anche voi e il vostro Benito Mussolini».

Barcollando per le vie del centro, con i pantaloni grigi alla zuava e la camicia nera lisa dal viaggio:
«Ahò, Domenico, ma noi chi siamo?»
«In che senso?»
«Nel senso che hai detto: "Al professore gli abbiamo fatto vedere chi siamo!"»
«E certo, e te lo spiego: chi eravamo noi prima? Io un zero e tu un altro zero. E adesso, chi siamo adesso?
«Un par di zeri!»
«Seee, un paro di....Due uomini siamo! E l'uomo, lo sia di cosa ha bisogno l'uomo, eh?»
«In questo momento? Di una donna ha bisogno!»
«Ma dai, vieni qua, è una strappona! Un uomo ha bisogno di sentirsi qualcuno, di sentirsi forte e non come tanti fessi che stanno in giro, hai capito? Ed è per questo che a me il fascismo va bene».
«Sì, perchè così anche un fesso si sente forte».
«Bravo, fatte dà  un bacetto».

«Sei un bastardo, tu?»
«Te do na pizza sa!»
«Ma no, dicevo al cane. Ti manca una cuccia, un osso? E allora vieni con noi e diventerai un camerata. Alalà!»

La marcia su Roma (1962), Dino Risi

postato da: gertdp alle ore 12:22 | link | commenti
categorie: lumiere, politica e dintorni, to be or not to be, dietrologie
venerdì, 06 giugno 2008

Il Divo

Il Divo lascia sgomenti. Più di Gomorra, almeno per chi, come me, ha lasciato ogni velleitaria ingenuità e da anni è stato "corrotto" dalla società, dalla realtà circostante, dalla Vita.

Non ci sono dubbi che quello di Sorrentino sia un capolavoro con la 'c' maiuscola, anzi con la 'k' maiuscola, come si usava un tempo.
Un film serrato che non lascia tempo per pensare. Chi non conosce i retroscena, chi non è ben allenato alla storia, ufficiosa, quella fumosa e ritmata del Paese, può starsene a casa, a meno che non preferisca avere un saggio semplice, lineare ed esauriente dell'Italia prima di Berlusconi, di Prodi , di Veltroni, della caduta del Muro e delle tangenti.
Insomma, prima della seconda e della terza repubblica, prima della Mtv generation, della X generation, della U generation e di tutte le altre menate sociologiche.
Prima che gli americanofili importassero il marketing politico-elettorale, prima che Grillo divenisse un fenomeno cult, prima ancora che il revisionismo storico-politico elogiasse Craxi ed Almirante.
Quando in politica c'era una destra, una sinistra ed un centro che, al di là di ogni (de)merito, dava la possibilità di essere orgogliosi, frustrati, offesi, contenti, sconfitti, confrotati.

Servillo incarna perfettamente il Divo. Gli occhi a mezz'asta; le dita ad indicare il proprio umore e i propri pensieri, come spiega Enea (la stessa che poi aggiunge "non è pericoloso, è spericolato"); i passetti svelti, un sepolcro imbiancato dietro il quale la vita post mortem scorre frenetica, tra umori ed esalazioni troppo insalubri per essere lasciati allo scoperto.

Il parroco - forse troppo giovane per essere il confessore temporale e spirituale del Divo - che afferma: "Indro Montanelli diceva che quando andavano insieme in chiesa, De Gasperi parlava con dio e Andreotti con i preti". E lui: "I preti votano, dio no".

Lo sfogo dopo le accuse di associazione mafiosa, che la nostra Archeologa ha criticato duramente, è a tutti gli effetti una scena da masturbazione cinematografico-politica che fa impallidire quello sulle "anime belle" de Il Portaborse. La pacatezza anteveltroniana che si infrange in una miriade di pezzi sul pavimento logoro ramazzato dai pentiti di mafia per l'occasione. Il sepolcro imbiancato che si spalanca, nessun Cristo morto-e-risorto, solo il flusso di (in)coscienza, l'anatema, l'esplosione di chi è ben consapevole che per far crescere gli alberi si necessita di letame.

Il ritmo di Toop toop dei Cassius sostiene in maniera energica e vitale la pesantezza lugubre degli omicidi in serie, da Calvi a Falcone passando per Pecorelli; lo skateboard che attraversa il condotto sotto l'autostrada per Capaci e, all'unisono, nel Transatlantico del Senato, la coperta grigioverde che si muove nel bagagliaio di una Reanutl 4 rossa.

Poco apprezzata la scena dell'aereo, dove tutti i passeggeri sfogliano le pagine de la Repubblica guardando di sottecchi il Divo. Restano Sbardella, "uno squaletto che annega"; Cirino Pomicino, con le sue addette stampa vamp; Franco che ancora una volta si lascia andare ad una "affermazione incongrua".

postato da: gertdp alle ore 17:03 | link | commenti
categorie: lumiere, politica e dintorni, to be or not to be, dietrologie
lunedì, 02 giugno 2008

«Perdere ad asso pigliatutto con un baro dilettante non vuol dire non essere in grado di eseguire alla perfezione un bluff ad alti livelli. Per assicurarsi una buona riuscita, il bluff dev'essere condotto fino in fondo, fino all'esasperazione. Non c'è compromesso. Non si può bluffare fino a metà e poi dire la verità. Bisogna essere pronti ad esporsi al peggior rischio possibile: il rischio di apparire ridicoli».

Tratto da Le conseguenze dell'amore, 2004, Paolo Sorrentino

postato da: gertdp alle ore 09:58 | link | commenti
categorie: lumiere, to be or not to be, dietrologie
lunedì, 19 maggio 2008

Arrivo in ritardo, avrei dovuto postare ieri mattina, ma ho passato una domencia cinematograficamente troppo impegnativa, cominciando con La Grande Guerra, proseguendo con la prima mezz'ora di Le vite degli altri, per poi passare a Gomorra e finire con la prima parte di Radio America.

Insomma, tra Gassman, Sordi, Kevin Clain, Maryl Streep, Ulrich Mühe e Servillo, ho dimenticato l'impegno preso con le Francais nella notte di sabato: un post doppio, sul mio e sul suo blog di un colloquio surreale...

Gert: "Il potere, sai cos'è il potere...immagina un lavoro come il mio 20 anni fa. Avrei potuto fare quello che mi pareva, senza alcun problema".
le Français: "Già, diciamo anche solo prima del 1992. Altri tempi. Il mio lavoro, ad esempio, neanche sarebbe esistito".
Gert: "Si, vabbè. Si sarebbe fatto in qualche altro modo, ti pare?!"
le Français: "Si lo so, ma diciamo che il vero e proprio marketing politico l'ha inventato Silvio nel 1994...anche se, in realtà, il primo a farlo è stato un altro. Lui, il grande genio politico degli ultimi '50 in Italia."
Gert: "Beh, sì...D'Alema...!"
le Français: "No, Craxi...!"
Gert: "Vabbè, la stessa cosa...!"

Risate che eccheggiano tra le baracche chiuse del mercato,  abbraccio fraterno e reciproco scambio di gesti d'affetto e stima...insomma l'usuale panegirico di mam't' rashc', quanto mi vuoi bene, che bambini...

postato da: gertdp alle ore 12:51 | link | commenti (1)
categorie: lumiere, politica e dintorni, to be or not to be, dietrologie
lunedì, 31 marzo 2008

relax...just do it

Week end trascorso con il sole in casa, corsa mattutina per il centro a schivare turisti e centurioni, impegno gastronomico continuo, relax e coccole radicali, alcuni capitoli di Con gli occhi dell'islam, tre puntate di Californication scaricate e, sorpresa, la cartella di posta senza nuove mail!
Cosa si vuole di più dalla vita? Un lucano o, come nel mio caso, una lucana...la Lucana.

Partito con penne rigate alle zucchine e salsiccia con crema di latte, ho deciso di proseguire con un sugo al ragù lasciato bollire più di due ore a fuoco lento per la lasagna del giorno dopo. Purtroppo, per un errore madornale, la lasagna è stata a forte rischio di smottamenti per la sua intera durata ma il tridente d'attacco scamorza-reggiano-taleggio ha saputo reggere il colpo.

Importantissimo passo avanti: ho imparato finalmente a fare la besciamella, per quanto non ne vada matto.

La serata si è poi conclusa con abbondante porzione di riso basmati affiancato da uno spezzatino di pollo, macinato di manzo, macinato di maiale e zucchine (sì, ancora le amatissime zucchine di Cavallopazzo) in salsa al curry.

Si ringrazia il padre di Nicflower per l'innaffiata di aglianico casareccio che ha accompagnato i pasti per l'intero week end.

postato da: gertdp alle ore 12:45 | link | commenti (5)
categorie: letture, lumiere, to be or not to be
lunedì, 03 marzo 2008

Polemiche in Cinemascope/3

Bene, come empirismo vuole, dopo il successo delle querelle sulle recensioni di Flaminiadiugo, posto un altra sua "critica" cinematografica. Dopo tutto, si sa, che a noi esseri umani piace il conflitto, lo scontro e la competizione; se poi queste possono avere il carattere della dialettica costruttiva, della libera circolazione di idee e opinioni allora ben vengano post, commenti, segnali di fumo o messaggi in morse.
Di seguito, lo so che ultimamente questo blog sta vivendo di rendita flaminiesca c'è la recensione de Il Petroliere.

Aiuto, tremate, le scimmie son tornate! Avviso per Thaisy: sono la critica cinematografica fallita, per cui, non leggere il mio prossimo post perché non sopporterei di vivere avendoti fatto perdere dell’altro tempo (scherzo, sto scherzando Thaisy ;)). Dunque, seguo il consiglio del buon professore e proverò a dire la mia sul film Il Petroliere (ma perché in Italia hanno il vizio di cambiare i titoli originali dei film?) provando ad essere meno impietosa…
Dunque, innanzitutto, non è senz’altro un film inutile ed irritante. E questo è già molto. Ma c’è un MA grande come una casa, perdonatemi se sono nella fase dei MA “ma” la campagna elettorale pesa sul mio stato mentale e sto pensando seriamente di seguire il consiglio di Thaisy e andare in Alaska… ;).
Se avete  visto Il Gigante (titolo originale Giant, evviva IDDIO) capolavoro di George Stevens del 1956 (tratto dal romanzo di Edna Ferber, di cui vi consiglio la lettura) e Gangs of New York, altro capolavoro di quel genio di Martin Scorsese, due film “utili” che han fatto la storia della cinematografia mondiale, prendete i due film shakerateli, mixateli e… risparmiatevi la visione de Il Petroliere, perché sarete colti dalla forte sensazione di aver già visto e sentito tutto quello che c’era da vedere e sentire. Il Gigante raccontava di una famiglia, avidità, religione e petrolio, ambientata nel Texas nei primi del Novecento. Il Petroliere racconta di una famiglia (stavolta ridotta all’osso, padre e figlio) avidità, religione e petrolio, nel Texas dei primi del Novecento….
C’è un irritante (ops, ci sono ricaduta, accidenti alla campagna elettorale) Daniel Day Lewis, indimenticabile ne Il mio piede sinistro (sapevate che Daniel, che non ho mai perdonato per aver abbandonato la propria compagna incinta a mezzo fax, all’epoca de Il mio piede sinistro, firmava gli autografi con, appunto, il suo piede sinistro???? Quando si dice, metodo Stanislawskji!!!!) che ci ripropone il personaggio di Bill “il Macellaio” Cutting, con l’aggiunta che alle gocce di sangue ora si aggiungono quelle di petrolio) ed il tema della famiglia, avidità, religione e petrolio, satana, il diavolo ed il peccato….. Insomma, Il Petroliere è un terribile deejavu, ma c’è una ragione per la quale il film va visto: la maestrale interpretazione del figlio del petroliere. Quella si che sarebbe valsa un Oscar.

postato da: gertdp alle ore 14:47 | link | commenti (5)
categorie: lumiere, to be or not to be, dietrologie
venerdì, 29 febbraio 2008

Flaminiadiugo in cinemascope/2

Questa volta sono stato io a pregare Flaminiadiugo affinché postasse una recensione su Into the wild. Film che, a differenza della Thaisy & Cortes Co., la nostra Flaminia ha decisamente stroncato.

In to the wild. Avrei preferito “in to the moon” per quanto mi giravan le palle di fronte alla visione di questo film inutile e irritante. Il dramma è che trattasi di storia vera. In super estrema sintesi: un giovane americano che per fuggire da una realtà, evidentemente a lui scomoda, decide di andare in Alaska.
Dunque, da dove cominciare, son troppe le cose da dire. Ci provo. In buona sostanza, la ragione per cui questo sfigato decide di votarsi all’Alaska è perché ha una famiglia di esauriti alle spalle. Scopre, neanche in tenerissima età, che i suoi genitori, udite udite, non sono sposati (????) e che lui è figlio del peccato. Irritante questo puritanesimo di ritorno e fragilissimo come pretesto per il rifiuto della realtà.
Comunque, by the way, il coglione, dopo aver regalato in beneficenza i risparmi messi da parte dai suoi genitori per mandarlo al college, zaino in spalla parte. Bella la vita eh, quando si fa beneficenza con i soldi degli altri? Durante il viaggio incontra gente, tra cui una coppia di hippy anacronistici, un vecchio solo e disperato, l’unico degno di nota, persone con le quali raggiunge una profonda corrispondenza di sentimenti ed anche una graziosa fanciulla che gliela offre su un piatto d’argento ma che lui, manco fosse Catone il censore, rifiuta additando come ragione la giovine età della pulzella. Ma gli ormoni che spakkano a 20 anni, niente eh? Quale altra ragione c’è nella viaggio della vita se non la vita stessa? No, lui, il coglione, deve andare in Alaska, costi quel che costi. Solca fiumi, cavalca le rapide, ammansisce orsi, caccia lepri, gnu ed ogni specie di animale. Senza mai un minimo di incertezza, una minima difficoltà. Mai. Finchè, il coglione, decide di tornare indietro. Capisce che non c’è solo l’estremo, ma che virtus in medio stat. Che c’è insomma un altro modo di vivere, seguendo le proprie inclinazioni, perseguendo altri obiettivi che non siano solo i soldi,come hanno fatto mamma e papà. E come lo capisce? Vivendo in un autobus abbandonato in Alaska. Ti vien voglia di sputargli addosso.
Vabbè, insomma, quando decide di tornare indietro, la natura si ribella, il fiume si ingrossa al punto da impedirgli il ritorno alla normalità. Non trova più cibo. Ma dove cazzo sono finiti, ti domandi, tutte le lepri, gli orsi, gli gnu che trovava prima manco fossero insetti? In mancanza di gnu, si ciba di erbacce mortali. Dopo quasi due ore e mezza di film, finalmente muore. Come uno stronzo. Solo in Alaska. Muore di fame e di stenti. Bravo. Quasi quasi parto per l’Alaska pure io a morire come una stronza.
postato da: gertdp alle ore 16:10 | link | commenti (7)
categorie: lumiere, to be or not to be, dietrologie
lunedì, 25 febbraio 2008

Flaminiadiguo in cinemascope/1
 
Capita, a volte, che il lunedì tra colleghi si chiacchieri dei film visti nel week end. E così è successo che Flaminiadiugo mi ha chiesto di postare la sua opinione su Caos calmo, sul discutissimo film in cui appare un Nanni Moretti non regista, non intellettuale e soprattutto lontano da qualsivoglia posizione, idea, congettura politica...a due anni da Caimano... 
 
 
L’unica oscenità sono i capezzoli tormentati della povera Isabella
 
 
Caos Calmo. Ho letto il romanzo e poi ho visto il film. Accade raramente che un film superi o, almeno, si avvicini al libro cui è ispirato. Purtroppo, non è accaduto neanche in questo caso ma non è questo il punto. Il punto è un altro. Il punto è la scena di sesso tra Nanni Moretti e Isabella Ferrari per cui si è addirittura scomodata Santa Romana Chiesa nella persona della Cei (!). Scandalo!!! Anatema!!!! Penitenziagite!!!!

Urka, mi son detta, manco fosse Ultimo tango a Parigi. Ebbene, occorre andare a vedere il film. Ebbene ci sono andata. Ebbene, dopo aver visto il film, ci sono solo due cose da fare. La prima, farsi restituire i soldi da Santa Romana Chiesa. La seconda, lanciare e sottoscrivere un manifesto di solidarietà alla povera Isabella Ferrari e per il modo, questo si veramente osceno, con cui Nanni Moretti, tenta di giocare con i suoi poveri capezzoli d’attrice, con il quale strizza i poveri seni d’attrice di Isabella, come fossero le mammelle di una mucca da mungere, oppure, come goffamente tenta, riuscendo a raggiungere l’apice della sciatteria e della goffaggine, di leccare i poveri capezzoli stremati di Isabella. Avete visto il film, Travolti da un’insolita passione nell’azzurro mare di agosto? Anche lì c’era una scena di sodomia che mai nella storia del cinema fu più appassionata, delicata e struggente. Una sodomia “di classe” per giunta.

Ma il film ha un suo perché e non da poco. Potrà essere utile a molti uomini, e ce ne sono molti purtroppo, per imparare tutto quello che non si deve fare con i capezzoli di una donna. A Isabella, dovrebbero dare il David di Donatello per il modo in cui riesce a sopportare tanta oscenità ed imbranataggine.
postato da: gertdp alle ore 16:19 | link | commenti (1)
categorie: lumiere, dietrologie
domenica, 25 novembre 2007

Giornate nuvolose...a Genova

Giorni e nuvole, l'ultimo film di Silvio Soldini (per intenderci il regista di Pane e tulipani e Agata e la tempesta) è una fotografia lunga quasi due ore. Un'immagine chiara e definita di una realtà tangibile, concreta che lo spettatore percepisce come continuum visionario della realtà che lo circonda.

Non ci sono scenari scabrosi, risvolti inquietanti o esaltanti. Margherita Buy e Antonio Albanese vivono, in parte subendola, a tratti affrontandola, una vita che potrebbe incombere su ciascuno di noi, senza che questo venga descritto e servito come un piatto eccezionale di alta cucina sociocinematografica...nessun omosessuale che lotta per i propri diritti, nè sbandati che si riappropriano della loro esistenza, nessuno scatto d'orgoglio delle comunità vittime della mafia, tanto meno lo sputtanamento del lato oscuro della società perbenista occidentale.

Questo il punto di forza di Giorni e nuvole.: la capacità di offrire uno spaccato che finalmente sa andare anche al di là dei trentenni insicuri o degli adulti capricciosi che solo a 60 anni riescono a prendere coscienza del deprimente fallimento della loro "rivoluzione" sessantottina. Il lavoro, invece, la fa da padrone. Il lavoro fonte di reddito ma soprattutto elemento socializzante, sorgente di soddisfazione personale, in termini emotivi e sociali. Il lavoro come status symbol, quello che regge ancora la gerarchia dietro il "lei" e il "tu", quello che differenzia i(l) pater familias (non necessariamente di sesso maschile) dal resto della famiglia, quello che giustifica il "rispetto", dato o ricevuto...il lavoro, una necessità che ormai preferiamo interpretare come una scelta.

Poi c'è Genova, una Genova diversa, nuova ma non proprio, senza vicoli stretti nè puttane, senza pescatori con la pelle cotta al sole nè cantieri navali ricchi di colti operai. Una Genova oppressa da un cielo costantemente plumbeo, una cortina pesante dalla quale, a volte, raggi di sole cadono leggeri a chiazzare il mare grigio.

Questo, e Genova, rendono Giorni e nuvole un film forte e intenso ma al tempo stesso asciutto, sobrio che lascia un sapore piacevolmente agrodolce, da vedere. Voto: 8. RSVP: Il posto dell'anima. 

postato da: gertdp alle ore 00:23 | link | commenti (1)
categorie: lumiere, to be or not to be
lunedì, 29 ottobre 2007

Everything is illuminated...ma per davvero!

La nonna di Jonathan muore lasciandogli una foto in cui sono ritratti suo nonno da giovane e una ragazza. Augustine, questo il nome della ragazza, non è una di famiglia e alla richiesta di spiegazioni del nipote, la nonna ricorda che suo marito le disse che senza Augustine lui non sarebbe mai sopravvissuto all'eccidio nazista. Jonathan decide di partire per Odessa, alla ricerca della donna che salvò suo nonno e che permise la sua esistenza. Inizia così Everything is illuminated (2005), del regista Liev Schreiber, tratto dall'omonimo libro di Jonathan Safran Foer.

A fare da sfondo c’è l’Ucraina dei giorni nostri: 3 parti di Urss, 1 di Occidente spinto e 1 di ebraismo, non shakerati, solo mescolati.
Sin dai primi dieci minuti, si capisce che la comicità linguistica e l’ inglese sfrontato di Alexander Perchov (che ricorda l’americano partenopeo degli sciuscià nostrani), guida di Jonathan e voce narrante nel film, son ben riprodotte dal doppiaggio italiano, ma si intuisce che in lingua originale probabilmente sarebbe tutto di gran lunga migliore.
Esempi lampanti? Il cane femmina, Sammy Davis Jr Jr, indossa una t-shirt che riporta la parola bitch ovvero cagna, in inglese termine offensivo e volgare che Alex però non percepisce come tale e usa interpretando alla lettera. Idem con la rivista porno che mostra al fratello minore e che lui, mutuando dall’inglese naughty, definisce lurida.

La storia, inizialmente comica, si addentra in una atmosfera progressivamente più cupa e drammatica alla quale solo in parte danno equilibrio i colori circostanti, le pianure sconfinate di quel granaio d’Europa, gli orizzonti vasti che lasciano trasognare in quella dimensione di nessuno tra il cielo e la terra.
Tutto è illuminato, tutto è chiaro o meglio ancora, tutto è reso chiaro. Questa la considerazione di fondo che vede nel passato la chiave per la comprensione quanto meno del presente. Un passato inesorabile che, a scapito di quello che Alex afferma nell’introduzione, tutto ciò che è passato va lasciato stare, richiama alla mente la massima di Magnolia: «tu puoi chiudere con il passato, ma il passato non chiude con te». Da vedere.

postato da: gertdp alle ore 16:31 | link | commenti (7)
categorie: lumiere, to be or not to be, stranezze poetico-musicali